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La Sardegna: il più integro patrimonio viticolo

da | 4 Apr 2020

Con poco più di ventisettemila ettari vitati (dei quali oltre la metà è a Doc), la Sardegna offre il più integro patrimonio viticolo d’Italia. Nel senso che i vitigni più accreditati sono tutti autoctoni.

Muretti a secco

JOSTO MIGLIOR

Jerzu, nel cuore dell’Ogliastra, svetta una torre vinaria alta ventisette metri. Da qui il paese appare contornato dai massicci “tacchi” calcarei che lo chiudono quasi ad anfiteatro.

È la patria di Josto Miglior, un personaggio mitico da queste parti. Medico condotto, umanista, appassionato ricercatore delle tradizioni vitivinicole del suo paese, è vissuto fino a centodue anni e ha il merito di aver messo insieme una pattuglia di vignaioli per dar vita alla Cantina sociale. Un progetto tutt’altro che agevole nel 1950, quando da un lato l’antico individualismo dei Sardi e dall’altro le ristrettezze di un mercato, ancora tutto da venire, lasciavano poco spazio a buone previsioni. Ma il prestigio di Josto e la sua autorevolezza non conoscono ostacoli.

D’altra parte, Jerzu ha sempre contato su un rapporto millenario col vino, a partire da quell’atto notarile del 1130, relativo alla cessione di una vigna. Anche nel Medioevo la produzione sarà tale da consentire ai contadini di pagare con il vino le decime ecclesiastiche.

Fino alla grande affermazione del Cannonau, in pieno Rinascimento, come provano le bolle d’acquisto dei vini dell’Ogliastra, da parte della Santa Sede. Poi, tra la fine dell’Ottocento e il nuovo secolo, la fillossera stravolgerà l’economia del territorio che, da Oliena a Jerzu e fino a Capo Ferrato, costituisce l’areale più vocato per questo vitigno. Sono anni di massiccia emigrazione, che portano fatalmente a un progressivo abbandono dei vigneti, con ogni comprensibile riflesso sul costume di vita e le abitudini della comunità. 

IL CANNONAU

Il Cannonau ha dietro di sé una lunga storia, che risale almeno a mille anni prima di Cristo, in piena civiltà nuragica. Anche se bisognerà aspettare l’avvento degli Aragonesi, perché la viticoltura cominci a rappresentare una forza trainante per la locale economia. Certo, quando si parla di un vitigno così antico, è inevitabile la distinzione fra le viti storiche e quelle di più recente impianto. Di qui le varie tipologie di Cannonau, che a loro volta danno luogo a dei veri e propri cru. Ma Josto Miglior non è il solo a fare la storia dei vini sardi.

ANTONIO ARGIOLAS

La Sardegna ha un altro grande patriarca , Antonio Argiolas, a sud dell’isola, scomparso a centotre anni, nel 2009. A lui si devono non poche scelte coraggiose nei criteri di vinificazione, e per giunta in anni che registravano uno scarso appeal del vino, in genere, e di quello sardo in particolare. La sua filosofia riflette in pieno la semplicità dell’uomo che ha sempre voluto abitare in azienda (e gli eredi rispettano il suo esempio) per poter condividere con i suoi uomini ogni momento della vita della cantina. “La quantità non paga. E la gente vuole del buon vino, a un prezzo giusto”, è stato questo per anni il suo credo. 

Tipico asinello sardo

I VITIGNI

Con poco più di ventisettemila ettari vitati (dei quali oltre la metà è a Doc), la Sardegna offre il più integro patrimonio viticolo d’Italia. Nel senso che i vitigni più accreditati sono tutti autoctoni.

Qui il Sangiovese e il Trebbiano, assai diffusi sul territorio nazionale, costituiscono una presenza del tutto marginale, e altrettanto vale per i cosiddetti vitigni internazionali. Un fenomeno che non è estraneo alla storia e alla cultura dell’isola, da sempre gelosa custode dei suoi riti e dei suoi miti nonché di quella sapiente manualità che ha reso famoso il suo artigianato. Ora il vino, per quello che rappresenta in questo contesto, ha sempre goduto di un posto d’onore.

Lo si trova infatti celebrato in tante poesie e canti popolari, espressioni di quel dialetto che è un’altra preziosa miniera della Sardegna. Un’isola che nel panorama nazionale vanta quella irripetibile identità linguistica, che l’Unesco non ha mancato di tutelare. A parte la grande fioritura di scrittori (ricordiamo Grazia Deledda, premio Nobel), che ancora oggi ci danno un ritratto vivo e penetrante della loro terra. 

I ROSSI

Del tanto celebrato Cannonau non si conoscono le origini, ma è da ricondurre di sicuro all’epoca dei nuraghi. È il più diffuso vitigno, oltre settemila ettari, il che significa il 28% della produzione totale. La resa è quanto mai bassa – ottanta quintali per ettaro – e questo garantisce la migliore vinificazione. La massima concentrazione dei vigneti (che è poi quella storicamente più pregiata) è nel territorio di Nuoro, del Sulcis e dell’Ogliastra, fra le aree più integre e tipiche dell’isola. 

E sempre nel Sulcis – vale a dire nella Sardegna sudoccidentale – abbiamo l’altro Rosso, il Carignano, nome legato a un ramo dei Savoia. L’uva vive su terreni sabbiosi e assolati, dove si estende per oltre duemila ettari, esposti ai venti salmastri del mare. Di colore rubino intenso, tendente al granato, ha profumi caldi di marasche, liquirizia e pepe nero. 

Controversa, invece, l’origine del Monica. Introdotto dai monaci camaldolesi intorno al Mille, o importato dalla Spagna durante la dominazione sull’isola? Pare più attendibile quest’ultima ipotesi, visto che il vino è spesso denominato Monica di Spagna. Al gusto dolce delle Malvasie fanno riscontro le tre Doc Moscato: di Cagliari, di Sorso e di Sardegna, quest’ultima anche nella versione Spumante. L’habitat è quello di terreni asciutti e calcarei, la resa quantomai bassa, gli impianti ad alberello per vini squisitamente dolci. 

I BIANCHI

La Sardegna dei vini – soprattutto quella del Vermentino – coincide in buona parte con quella più aggredita dal turismo. Il nord dell’isola include infatti la Costa Smeralda da Porto Cervo a Porto Rotondo, ma offre a poche miglia isole come Santo Stefano, La Maddalena, Caprera, La Tavolara. 

Siamo in Gallura, dove se la magia del mare non ha confronti, il profilo frastagliato del monte Limbara annuncia alle sue falde i tronchi rossi delle sughere (spoglie della corteccia), ulivi millenari, lentischi e vigneti generosi. Le piante da sughero possono contare su quattrocentomila ettari di bosco. Il che alimenta una fiorente industria di tappi per vino. Certo, la Gallura è una Sardegna all’avanguardia sul piano delle strutture ricettive, ma è anche la più lontana da quella civiltà dei nuraghi, che dall’epoca dei Fenici ha segnato la storia dell’isola.

Per cui le vigne di Cannonau vanno cercate più a sud, nel cuore della Sardegna, fra l’Ogliastra e le Barbagie, lì dove il carattere pastorale dell’isola non si apre alle tentazioni del mare. 

C’è stata per secoli un’antica rivalità – oggi del tutto scomparsa – fra il contadino – vignaiolo e il pastore. L’uno impegnato a tutelare le sue viti, l’altro sempre alla ricerca di erba per il suo gregge. Una coabitazione difficile, tenuta insieme dalla necessità per entrambi di vivere sullo stesso territorio. La presenza dei pastori risale alla civiltà nuragica (da Nur, cioè convesso e concavo al tempo stesso, com’era la struttura delle costruzioni), che già nel Seicento vantava oltre un milione di pecore. Il vino, invece, benché altrettanto antico, ha stentato a farsi strada anche all’interno dell’isola stessa.

A Cagliari o ad Olbia era possibile imbarcare botti e damigiane, ma lontano dai porti la distribuzione era solo locale e assai ristretta. 

Pausania descrive la Sardegna come “l’isola più grande (ma il primato spetta alla Sicilia), felice e ricca del Mediterraneo”.

Certo, duemila chilometri di costa in uno scenario fra i più suggestivi, non è cosa da poco. Ma a contraltare, non vanno trascurati i massicci isolati, i brevi altipiani, il dolce andamento delle colline. Insomma, tutto quel territorio che si sviluppa dal nord dell’isola a sudest, col monte Limbara e il Gennargentu.

Siamo nell’areale di generosi vini, dal Cannonau al Nepente, un vino questo che risale addirittura agli Egizi, i quali lo consumavano con un infuso d’erba. Pare che il nome sia da ricondurre a D’Annunzio, il quale – benché astemio – ebbe modo di apprezzare le qualità sedative del vino, dopo le conseguenze di una tempestosa navigazione da Napoli. Di qui “Nepente”, perché in grado di lenire le sofferenze. 

VITIS VINIFERA

Il vigneto è parte integrante del paesaggio sardo. Dove la viticoltura ha sempre avuto un ruolo importante nella storia dell’isola. Fin dalle sue origini. Che risalgono alla Vitis vinifera, non importata dai Fenici, ma da sempre sull’isola come pianta selvatica. Così, le varie invasioni si sono limitate all’arte dell’innesto, alla gestione delle vigne e ai primi rudimenti per la conservazione del vino.

Un prodotto tenuto sempre in grande considerazione, anche durante gli anni dell’Islamismo arabo. Si pensi che ancora nel Trecento la Carta di Logu prevedeva il taglio della mano destra per chi spiantava una vigna. Che tanta storia abbia largamente influenzato la letteratura, è piuttosto comprensibile. L’equilibrio e le sensazioni gustative dei vini sardi sono stati così accostati ai tessuti – ricchi di colori e di preziosi ricami – dei costumi tradizionali. I quali sono in buona parte presenti ancora oggi all’interno dell’isola, dove la macchia mediterranea, sferzata dal maestrale, profuma l’aria di mare. 

LE DOC E LA DOCG

Venti Doc e la sola Docg del Vermentino di Gallura.

IL VERMENTINO

Un vitigno arrivato qui dalla Corsica, solo alla fine dell’Ottocento, ma che ha battuto per estensione e notorietà uve ben più radicate nei trascorsi dell’isola. Occupa infatti circa 4500 ettari ed è, con il Cannonau, il vino che fa più Sardegna.

Il Vermentino non è pensabile senza la denominazione Gallura, un marchio di origine, che ne fa qualcosa di diverso – ma soprattutto di unico – rispetto a quello toscano o ligure.

La Gallura – dal fenicio gallai, terra di alture, o da un insediamento di coloni della Gallia, o ancora dal gallo raffigurato nel vessillo di guerra dei Visconti – occupa l’area nordorientale dell’isola. La zona più vicina al mare vede la diffusa presenza di rocce granitiche, variamente modellate dal vento, che spesso si levano come vere e proprie sculture tra la folta macchia mediterranea. Le aree interne sono invece ricche di boschi di querce e sughere, che sorgono quasi a proteggere le antiche architetture del periodo dei nuraghi.

Qui le rocce sono ricoperte da pesanti strati di sabbia a forte granulazione, misti ad argilla e a microelementi assai utili alla vegetazione. Si tratta di terreni grossolani e magri, ma ricchi di potassio e di quella mineralità che dà al Vermentino un gusto persistente e una delicata nota amarognola, che tanto piace. Dietro questa sicura identità, che ha portato al riconoscimento della Docg del ‘96, c’è la lunga e appassionata vicenda di un pugno di vignaioli.

Perchè se l’uva è un dono della natura, il vino – soprattutto quello di qualità – è opera antica e sapiente di generazioni che hanno affinato negli anni un mestiere senza regole ed esposto ai rischi delle stagioni.

Si pensi che dalle quote collinari il Vermentino si spinge fino all’area sabbiosa, che degrada fino alla fascia costiera, dominio incontrastato delle dune. In sostanza, le viti nascono e maturano nella sabbia, sotto l’azione iodica e salmastra del mare, ma anche di un sole senza risparmio, che favorisce quelle escursioni termiche così benefiche alla qualità delle uve.

Da sempre stretti fra i ginepri secolari e l’assedio della macchia mediterranea, qui hanno trovato dimora vitigni dai nomi antichi come Muristella e Caricagiola, entrambi a bacca rossa e a piede franco, che hanno dato a lungo felici uvaggi con il Monica e il Pascale. A guidare la classifica dei Bianchi, è ancora il Vermentino di Gallura, seguito dal Nuragus, dalla Vernaccia di Oristano e dalla Malvasia di Bosa e di Cagliari.

Le due Malvasie non hanno però niente in comune. Il nome risale al porto greco di Monemvasia nel Peloponneso, da dove il vino partiva per la Sardegna, durante la denominazione bizantina, oltre tre secoli dopo Cristo. Quella di Bosa matura in botti “scolme”, con l’aggiunta di quei lieviti “flor”, che danno al vino un particolare carattere e una lunga e vellutata persistenza gustativa. Al pari della Malvasia di Cagliari, un vino da dessert, assai accreditato sui mercati esteri.

LA VERNACCIA

La Vernaccia di Oristano ha invece origini fenicie ed è allevata ad alberello. Circa le origini del nome, in Sardegna trova credito la matrice latina (vernacula), nel senso di originario del luogo. Più certa, invece, è l’epoca in cui il vino comincia a essere prodotto, visto che nel 1390 un Bianco di Oristano viene esportato in Spagna.

L’area classica impegna la bassa valle Tirso, tipica per quei terreni alluvionali, noti come “benaxi” e ritenuti ideali per il vitigno, che viene allevato anche in zone più elevate, su terreni argillosi e asciutti, chiamati “gregari”. A parte gli indici di resa – appena cinquanta quintali per ettaro – e gli indiscussi requisiti pedoclimatici, la Vernaccia di Oristano si avvale di particolari fasi di lavorazione, che spesso hanno poco in comune con le più avanzate tecniche enologiche.

Dopo la pigiatura, infatti, il mosto fermenta in vasche o in grandi botti, per passare – dopo i travasi – in piccole botti di castagno dalle doghe piuttosto sottili, un tempo costruite dagli artigiani di Santu Lussurgiu. I contenitori vengono riempiti al 90% per favorire la lenta evaporazione dell’acqua presente nell’uva.

Le cantine, poi, sono costruzioni basse, ricoperte di cannicciato e tegole, con temperature estive abbastanza alte. Sono questi gli ambienti nei quali si creano le condizioni per lo sviluppo di quel lievito (la “fior”), che forma un velo sulla superficie del mosto e favorisce quel processo di ossidazione che dà una precisa identità al vino.

Sante Cettolini, un veneto di Conegliano, alla guida della Scuola di Enologia di Cagliari, ai primi del Novecento, scrive che “è il suo aroma che vale …. quel suo curioso sapore di frutta, di amarognolo che non vi stanca mai …. “.

Le varietà viticole della Sardegna sono ancora in buona parte da scoprire. Perché se è vero che alcuni antichi vitigni si sono ridotti a pochi ceppi, il loro recupero potrebbe integrare un patrimonio già di per sé prezioso. Noi ci siamo limitati alle uve più celebrate, consapevoli di non aver affondato le mani nella miniera.

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Informazioni

sardegna.info è una guida online con tutte le informazioni utili per conoscere il territorio sardo con oltre 2 mila chilometri di costa, spiagge bianche, acque turchesi.
Aereo Gli aeroporti sardi di Cagliari, Alghero e Olbia sono collegati alle principali città italiane con voli di numerose compagnie di linea e low cost. Molti i voli stagionali.
Traghetti Sono molti i traghetti che raggiungono la Sardegna dai porti italiani. I tempi della traversata variano dalle 5 alle 10 ore a seconda che scegliate di viaggiare con traghetti tradizionali o navi veloci. I principali porti sardi sono Olbia, Porto Torres, Golfo Aranci, Cagliari e Arbatax. Viaggiando in traghetto potrete imbarcare la vostra auto, mezzo necessario per andare alla scoperta della meravigliosa Sardegna.
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I consigli di W&T

La redazione consiglia di visitare la creativa cantina di Boutique Hotel, Residenza Mordini, dove troverete una selezione di vini esclusivamente sardi. La Maddalena, OT, Via Principe Amedeo, 3 residenzamordini.com
Cannonau Una delle uve più rinomate e amate del territorio sardo, ideale per accompagnare formaggi sardi, anch’essi pieni di carattere e gusto. Consigliamo il Cannonau di Sardegna DOC, Dule, Riserva, dell’Azienda Vinicola Gabbas di Nuoro.
Carignano Caratteristico delle zone costiere del Sulcis Iglesiente, corposo e persistente, ottimo con carni rosse frollate e selvaggina. Consigliamo il Carignano del Sulcis Sup Terre Brune 2011, Cantina di Santadi Turriga, Argiolas.
Vermentino Vino bianco dalle note floreali e il colore paglierino, ideale abbinato a piatti di pesce e crostacei o per un semplice aperitivo. Consigliamo il Capichera IGT di Arzachena.
Nasco di Cagliari Vino unico ed esclusivo ottenuto da uve Nasco in purezza, definito la “perla dell’enologia sarda”. Ideale con grandi dessert o con formaggi piccanti e aperitivi da veri gourmet.
Vernaccia Il più antico vino sardo dal colore ambrato classico, che si intensifica invecchiando, adatto a piatti dolci o aperitivi.
Malvasia Vitigno coltivato nel cagliaritano, produce un vino giallo caratteristico sia nella varietà secca che dolce.

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