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Il Piemonte: fondamentale nell’enologia italiana

da | 20 Mar 2020

La regione che ha avuto un ruolo fondamentale nell’evoluzione dell’enologia italiana. Culla di personaggi che hanno fondato l’Italia e hanno contribuito alla selezione di grandi vini che oggi tutti apprezziamo.

Prima ancora che alle immagini della nostra storia, quantomai cariche di una particolare suggestione – e che a partire dalI’Ottocento camminano di pari passo con quelle dei suoi celebrati vini – il Piemonte ci rimanda alla precisa ripartizione del suo territorio. Nel senso che offre la più netta distinzione fra montagna, collina e pianura. Tre aree che in genere – specie nel Sud – risultano sempre confuse e frammiste, con ogni prevedibile conseguenza per l’utilizzo dei terreni e le relative colture.

Terra di esemplare geografia, quindi, tutta posizionata a occidente, a ridosso di quella Savoia, che non è estranea alle sue vicende. Ma anche terra che ospita i maggiori massicci alpini – Monviso, Gran Paradiso, Monte Rosa – per poi cedere al morbido andamento dei due grandi gruppi di colline il Monferrato e le Langhe, fino ad aprirsi all’ampia e distesa pianura sulla riva sinistra del Po. E proprio a queste colline – che l’arte e la letteratura non hanno mancato di celebrare – bisogna far capo per individuare le terre del vino. La diversità fra i due sistemi collinari è dal punto di vi-sta geografico quanto mai tenue. Mentre ben più decisa, è quella antropologica, culturale, di costume. Nel senso che le Langhe non sono il Monferrato e viceversa. Un distinguo che può apparire anche artificioso, vista la contiguità dei due gruppi, per i quali non esistono precisi confini. Ma del quale va preso atto. Le Langhe sono alture disposte a catena, che si fanno sottili alle creste – da qui il nome  nel linguaggio locale – e occupano l’altra e media valle del Belbo. Siamo nelle terre di Pavese, nell’ambientazione dei suoi racconti più intensi, ma anche lungo il corso di quel fiume che divide la Bassa Langa, ricca di vigneti, da quella Alta, più selvaggia.

Castello di Barolo

Sono paesaggi incantati, panorami apertissimi, quinte di colline sulle quali la vista corre fino alle creste, che sono più asciutte, decise e dure, di quelle del Monferrato. Ovunque, qui, l’abitato e le colture esprimono intensi valori di ambiente e d’arte. A co-minciare da Alba, cuore delle Langhe, al tempo stesso medie-vale, gotica e barocca.

La plaga di colline è chiusa a nord dall’arco del Po, a ponente e a levante dalla pianura, mentre a sud quasi si confonde e sconfina nelle Langhe. È un andamento più dolce, che va dai trecento ai settecento metri, percorso e diviso da un’intricata geografia di generosi torrenti e fitti vigneti.

Così basta dire Piemonte, perché al territorio si associ subito la presenza di grandi vini. Anzitutto Rossi. Per i quali va detto che nessuna regione, al pari del Piemonte, ha potuto contare, sulla stretta connessione fra agricoltura e istituzioni, che è come dire fra vino e politica.

Questo, anzitutto, grazie a uomini come Cavour, che non solo ha fatto l’Italia, ma ha aperto la via alle fortune vinicole della sua terra. Si pensi alla battaglia contro l’oidio (una muffa assai dannosa); alle prime ricerche ampelografiche per individuare le uve da vino; alla definizione di una terminologia, ancora infarcita di termini dialettali.

Botti

Cavour s’intendeva di viti e faceva vini dei quali era orgoglioso. A cominciare da quel Barolo, il “re dei vini e il vino dei re”, nato dalla passione di Juliette Colbert, questo il suo nome, che sposa a ventidue anni il marchese Carlo Tancredi Falletti. Siamo ai primi dell’Ottocento, quando la nobildonna chiama l’enologo francese Louis Oudart, che già lavorava per Cavour. L’obiettivo è tirar fuori un vino importante, da poter reggere il confronto con quelli di Francia. Oudart intuisce che la maturazione tardiva del Nebbiolo (di cui il Barolo è il figlio più illustre) e il freddo intenso delle cantine piemontesi bloccavano il processo di fermenta-zione. Di qui una quantità di zuccheri residui, responsabili di an-nullare le grandi potenzialità del vitigno.

Ma il Piemonte dei vini non è in debito solo con la nobiltà. Nè Cavour è stato il primo politico. Nell’Italia repubblicana va ricordato il Presidente Luigi Einaudi, celebre economista, appassionato produttore di vini nella sua Dogliani. Direi anzi che il Piemonte deve non poca riconoscenza a molti dei suoi grandi figli. Che non hanno mai trascurato di vivere il mondo del vino in prima persona, ponendolo al centro delle loro opere. Si pensi a Beppe Fenoglio, lo scrittore che ha lavorato per anni in una famosa cantina, a Cesare Pavese, a Giorgio Bocca. E l’elenco è di certo lacunoso.

Due le aree viticole o rmai consacrate. E precisamente quel territorio di colline che – da  sud  verso  nord  –  va  dalle Langhe al Monferrato. Un altopiano che dall’Appennino ligure avanza verso il  Po, senza alcun confine fra i due insediamenti, nè alcuna diversità di paesaggio. Il quale è sempre dominato dalle vigne, che coprono ogni versante delle colline. Viti ordinatissime, che danno all’ambiente una sicura identità. Le viti rappresentano da sempre un vero e proprio monopolio, e fanno la storia di questi territori. Anche di quella più privata. Si racconta, infatti, che i bambini nati nel Monferrato siano stati a lungo battezzati col vino.

Infernot piemontese

Certo, il  territorio. Certo, la storia. Ma è la gente a vivere con orgoglio tutto quello che c’è dietro i loro vini. Un langarolo sa intrattenere gli amici intorno alla riconosciuta nobiltà del Barolo, contrapposta alla spontanea e popolare Barbera, e lo fa con com-petenza e quel pizzico di orgoglio che è difficile ritrovare su altri temi. Così il vino non è solo un’eccellenza della sua terra, ma ne racchiude i valori, le tradizioni, la storia. Dal Museo Enolo-gico de La Morra, a una decina di chilometri da Alba; al Castello Falletti a Barolo; all’Enoteca regionale di Grinzane Cavour.

D’altra parte, l’enologia deve essere grata non poco al Piemonte. Dalla lotta all’oidio, condotta dalla Reale Accademia dell’Agricoltura sotto la spinta di Cavour, a quella contro la peronospora, alla scoperta dell’innesto con le viti americane, portate avanti dalla Scuola di Viticoltura di Alba, fino all’uso del filo di ferro, al posto delle tradizionali pertiche e canne orizzontali. Un sistema adottato per la prima volta a Barolo, nel 1850.

Ma prima ancora di accreditare i suoi vini, a partire dagli anni immediatamente successivi all’Unità d’Italia, il Piemonte si è già ritagliato un posto d’onore nel panorama enologico internazio-nale. Alla fine del Settecento il Vermouth di Torino – nato ad opera di Antonio Carpano, con mescita sotto i portici di Piazza Castello – non ha rivali.

È un vino aromatico, profumato con droghe ed erbe, assai gradevole, e soprattutto dal gusto del tutto nuovo. Sulla scia di Carpano, seguiranno Gancia, Martini, Cinzano, Ballor, mentre i fratelli Cora saranno i primi a esportare il Vermouth in America, nel 1838.

È una generazione di imprenditori che cerca spazio oltre i confini, con tutte le disfunzioni e le incertezze di quegli anni. Quando anche la ricezione di una lettera richiedeva più di un mese, se destinata oltre oceano. Senza contare che la presenza presso qualche fiera o i tentativi per un’avventurosa degustazione all’estero, comportavano impegni assai gravosi, anche sul piano economico. Eppure, è a questa pattuglia di produttori – qualcosa a mezza strada tra il proprietario di vasti  vigneti  e  l’aspirante imprenditore – che il Piemonte, e non solo, deve la conoscenza dei nostri vini oltralpe.

E veniamo ai vini che fanno Piemonte. Va detto subito che fino alla metà dell’Ottocento la produzione è stata in prevalenza quella di vini dolci. Un retaggio legato ai rapporti commerciali con Genova e ai lunghi viaggi per mare cui erano soggetti i vini. Un’incognita che quelli dolci affrontavano meglio. Poi, la rivoluzione del Barolo, sulla scia della scoperta di Oudart, ha invertito del tutto questa tendenza. Si aggiunga un profondo e radicato convincimento che un vino di eccellenza (e quelli pie-montesi lo sono) non può prescindere da due concetti: terroir e cru. Insomma, vini prodotti con uve provenienti da vigneti ben localizzati (zolla per zolla, direi), che spesso finiscono poi per dare il loro nome al vino. Bussia, Lazzarito, Cerequio, Rocche, Brunate sono solo alcuni cru di Barolo, il cui paesaggio è patrimonio dell’ Unesco.

Pressa manuale di un tempo

Circa il terroir, non va inteso solo come uno spazio fisico, un’area ben definita e con irripetibili caratteristiche. Ma vuol dire storia, tradizioni, manualità, usi e costumi di chi vive e lavora quelle vigne. In una parola, il ruolo che ha l’uomo e il con-tributo della sua esperienza nel far vino. Questo spiega come il celebrato Barolo possa ancora oggi aprirsi a due scuole di pensiero per la sua spiccata tannicità. Abbiamo così – da un lato – almeno cinque anni di affinamento per un vino deciso ma non troppo aggressivo; e, dall’altro, un Barolo più morbido e moderno, grazie all’uso della barrique anziché delle grandi botti.

Il vitigno più diffuso in tutto il Piemonte (e non solo, perché è presente anche al Sud, nel Cilento) resta il Barbera, che diventa femmina quando si fa vino. Pare che Canelli vanti da sempre la migliore Barbera, quantunque il vitigno sia stato per secoli con- fuso con altre uve. Per fissare una sua prima identità, bisogna arrivare al Cinquecento. Ma anche il nome dà vita a un contenzioso non del tutto risolto. Vino dei Berberi, usato un tempo come medicinale? O vino Bàrberus, dal latino medievale, nel senso di “irruento, aggressivo, indomito”, come i Berberi che da secoli corrono iI Palio di Asti? Al di là del gusto per l’etimo, resta la massiccia presenza del Barbera in tutto il Piemonte.

Nel territorio delle Langhe (Alba), abbiamo Barolo, Barbaresco (altro figlio del Nebbiolo, nato nel ‘60 dall’intuito e dalla caparbietà di Angelo Gaja), Dolcetto, Grignolino e Freisa. Tra i Bianchi, il Cortese, I’Arneis e il Moscato. Il Monferrato, invece, punta sul Barbera, Moscato d’Asti, Malvasia di Casorzo (anche Spumante), senza escludere Dolcetto, Freisa e Grignolino.

Citare tutti i vini piemontesi e i relativi cru darebbe luogo a uno sterile elenco. Si pensi che le sole Doc sono quaranta. Senza te-ner conto che uscirebbe mortificata la notorietà e la storia di molti vini, spesso legata al più antico patriziato sabaudo.

Tuttavia giova allungare un rapido sguardo sui Rossi, a partire dal Dolcetto, che è il vino più bevuto nelle Langhe. Un solo dato: l’80% della produzione è consumato in zona. Il nome purtroppo trae in inganno. Niente di amabile in questo vino, semmai, in tempi lontani, una vinificazione a bassi gradi, visto che era destinato soprattutto a dissetare i langaroli durante il lavoro nei campi. Il vitigno in purezza dà luogo a ben tredici denominazioni, fra le quali la più nota è quella di Alba.

Per il Grignolino, invece, l’areale privilegiato è quello di Asti e del Monferrato, dov’era conosciuto fin dal Medioevo come Barbesino. Il nome pare sia da ricondurre al termine “grigné”, che in dialetto indica i vinaccioli piuttosto abbondanti  in que-st’uva. Generalmente è vinificata in purezza, o al massimo con uve Freisa non superiori al 10%. Per la storia, è un vino che ha riscosso il plauso di Umberto I di Savoia, e – pare – di recente anche quello di Papa Francesco.

Uva delle colline novaresi quasi pronta per la vendemmia

E veniamo al Freisa, altro Rosso con ancora tredici denominazioni. Si afferma nel Cinquecento, a dispetto di un prezzo che è il doppio di quello degli altri vini. Il nome, dal francese “fraise”, ci riporta al frutto del quale sopravvivono i sentori. Fino agli anni Ottanta è stato in genere vinificato in versione Spumante o “mossa”, per ottenere un vino beverino, abbastanza vi-cino al Lambrusco o alla Bonarda dell’Oltrepò. Oggi, invece, è un vino “ fermo”, di buon corpo e piuttosto asciutto. È un’uva – al pari del Grignolino – piuttosto difficile da vinificare, anche se per genealogia è più legata al Nebbiolo. Dal quale però si differenzia per una maggiore presenza di tannini. Dal 1990 viene poi prodotto il Gattinara Docg, uve Nebbiolo con un massimo del 10% di Vespolina e/o Bonarda. Il disciplinare prevede 24 mesi in legno e 36 per la Riserva.

Sempre a base di Nebbiolo nasce il Ghemme Docg dal 97, un vino austero, di grande personalità.

Per i Bianchi, un posto d’onore spetta all’Arneis, un vitigno originario del Roero, ma diffuso anche in Liguria e in Sardegna. Vino di spessore (oggi Docg), tanto da essere etichettato fino alla  seconda  metà dell’Ottocento come Nebbiolo Bianco, alimenta col suo nome una serie di ipotesi. Tutte suggestive e intriganti. Arneis in dialetto vale persona scontrosa, ribelle. Ma anche estroversa e simpatica. Insomma, qualcosa che ci riporta alla complessità di sentori del vino, più vicino allo spessore dei Rossi.

Un discorso a sé meriterebbe la spumantistica piemontese. Un preciso segmento di mercato, nel quale ha pochi concorrenti. E qui è d’obbligo il nome di Carlo Gancia, che nel 1850 realizza uno spumante, metodo Champenois, da uve Moscato. L’Unità d’Italia è ancora da venire, quando questo signore di Canelli spezza il monopolio della Francia in fatto di spumanti. Personaggio irrequieto, Carlo è soprattutto animato da uno straordinario spirito di ricerca, e da una crescente curiosità in fatto di vini. Tanto che riesce a conciliare studio e lavoro, quest’ultimo presso un’antica casa di liquori torinesi, dove mette a punto una sua ricetta per l’affinamento e l’aroma del Vermouth, allora un prodotto assai di moda, non solo in Piemonte.

Poi verrà la Francia, o meglio Reims, nel cuore della terra del perlage. L’obiettivo è quello di “rubare” giorno dopo giorno i criteri e i passaggi di quella complessa vinificazione, che i Francesi chiamano la Methode Champenoise. È un’indagine resa più complicata dal fatto che lo Champagne nasce, come base, da uve Pinot Nero, un vitigno che non esisteva in Piemonte, e che Carlo pensa di sostituire con il Moscato, presente invece largamente sul territorio. È un’operazione dagli esiti quantomai incerti, che dopo il suo rientro a Canelli, lo impegnerà per oltre quindici anni. Ma Carlo Gancia ha fatto assai di più. Anche se si finisce sempre per legarlo allo spumante da uve Moscato. Basti pensare che quando gli esiti della ricerca non davano i risultati sperati, Carlo fa arrivare dalla Francia barbatelle di Pinot Nero e le impianta nella tenuta del Conte Vistarino, nell’Oltrepo. Di questa lunga e appassionata ricerca, sopravvive nel cuore delle Cantine Gancia, quella “polveriera”, che ha visto la nascita del primo Spumante. Il nome è legato al fatto che allora le bottiglie, non ancora perfezionate, scoppiavano spesso con grande fragore. Le Cantine Gancia – due chilometri di camminamenti, cunicoli, contrafforti, volte a crociera – sono state inserite dall’Unesco fra i siti Patrimonio dell’ Umanità.

Ma è la rete di piccoli e medi produttori, la forza della viiticoltura piemontese. Una loro anagrafe porterebbe a scoprire quel mondo di affetti e di eredità familiari, che sono da sempre iI patrimonio del vecchio Piemonte.

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Informazioni

Utilità
  • bookingpiemonte.it È il portale di prenotazioni della Regione Piemonte. Potete trovare tutte le informazioni sugli hotel, gli eventi e i pacchetti turistici.
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Come arrivare
  • Aereo Torino Caselle è l’aereporto di riferimento per chi vuole arrivare in Piemonte. Sia la nostra compagnia di bandiera Alitalia che altri vettori effettuano voli giornalieri sul capoluogo piemontese.
  • Treno Torino è collegata alla linea di alta velocità che porta a Milano in solo un’ora e in quattro ore a Roma. Da Torino è possibile raggiungere con il servizio regionale gli altri capoluoghi di Provincia della Regione.
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I consigli di W&T

La redazione consiglia di concedervi qualche giorno in Monferrato e precisamente presso il Relais Rocca Civalieri tra enogastronomia, natura, passeggiate in bicicletta, storia e cultura. Per informazioni www.hotelroccacivalieri.it

  • Barbera Il vitigno piemontese per eccellenza, il vino che si è sempre bevuto, che rappresenta almeno la metà dell’intera produzione della regione. Consigliamo il Barbera d’Asti Sup. Nizza Riserva della famiglia ‘09 Coppo.
  • Barbaresco Ha caratteristiche simili a quelle del Barolo, ma al suo confronto è ritenuto un vino meno austero, meno tannico e meno imponente, d’altra parte più “gentile” e raffinato. Consigliamo il Barbaresco Sori Tildin ‘14 Gaia.
  • Barolo Vinum regum, rex vinorum”. Cioè vino dei re e re dei vini. Consigliamo il Barolo DOCG Bussia, Prunotto Antinori ‘14.
  • Nebbiolo È un vitigno autoctono a bacca considerato di pregio e adatto per vini da invecchiamento di alta qualità. Consigliamo il Pio Cesare Langhe Nebbiolo 2013.
  • Arneis È un vitigno a bacca bianca piemontese originario del Roero. Consigliamo il Langhe Arneis Cristina Ascheri ‘17.
  • Timorasso È un vitigno autoctono delle colline Tortonesi, e da poco può vantarsi della D.O.C Colli Tortonesi Timorasso. Consigliamo il Solis Vis di Tenuta Montemagno.

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