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Abruzzo e Molise: tante diversità

da | 23 Mar 2020

Non stanno più insieme da oltre mezzo secolo. E il tempo, se ha rinsaldato il legame, non ha mancato di accentuare le tante diversità.

Non stanno più insieme da oltre mezzo secolo. E il tempo, se ha rinsaldato il legame, non ha mancato di accentuare le tante diversità. Perché Abruzzo e Molise non ha significato un tutt’uno neanche in passato, ma l’accostamento di due realtà in nome di una geografia, che solo in parte è comune ai due territori. Piuttosto, risultano abbastanza contigue le radici storiche, almeno dall’avvento dei Normanni fino ai Borbone e all’Unità d’Italia. 

Intanto, il territorio abruzzese – rispetto al Molise – è quasi tutto sul versante adriatico, dove la costa si allunga per oltre centotrenta chilometri, fra le acque del Tronto e del Trigno, e i porti di Ortona e Pescara. Alle spalle, l’Appennino con due allineamenti montuosi, quasi paralleli all’Adriatico: il primo, con i Monti della Laga, il Gran Sasso e la Maiella; l’altro, con il Velino e il Sirente. 

Lince nel Parco Nazionale di Abruzzo e Molise

Di contro, anche se il Molise arriva sull’Adriatico – parimente stretto fra due corsi d’acqua, il Trigno e il Saccione – non supera i trentacinque chilometri di costa e può contare solo sul porto di Termoli. Per il resto, al pari dell’Abruzzo è zona montuosa, che si attesta al crinale degli Appennini con i complessi delle Mainarde e del Matese, le cui punte superano talvolta i duemila metri. 

Questo non significa ridurre il Molise a sola terra di pascoli e di ortaggi. La letteratura ha dato i suoi rappresentanti. Valga per tutti Francesco Jovine, Premio Viareggio 1950, con “Le Terre del Sacramento”, la storia di una rivolta di contadini, soffocata nel sangue dai fascisti e dai carabinieri. E Nicola Mastronardo, che nel suo “Viteliù” ha racchiuso ben otto secoli di storia, restituendo al Molise un ruolo e una dignità del tutto sconosciuti. 

Ma anche la pittura non ha trascurato il Molise. Sono a testimoniarlo alcuni paesaggi di Michele Cammarano e soprattutto il famoso dipinto “Veduta di Casacalenda” di Marco de Gregorio, oggi al Museo di Capodimonte. E molisani sono due grandi paesaggisti – assorbiti poi nel contesto della Scuola Napoletana. – Armando De Lisio e Francesco Paolo Diodati.  D’accordo, gli esiti non sono da capolavori d’arte, ma non vanno comunque ignorati.

L’Abruzzo rimane sempre troppo forte, anche per quanto riguarda il mondo del vino. Dove al più noto e diffuso vitigno, il Montepulciano, si affianca la dicitura “d’Abruzzo”. E i vini del Molise? La diffusa presenza del Montepulciano e del Sangiovese costituisce la base per gli uvaggi dei Rossi, mentre Trebbiano Toscano, Falanghina e Bombino danno vita a una serie di Bianchi. Si hanno così tre Doc, Biferno, Molise e Pentro d’Isernia. Perché, in effetti, il territorio può contare su un solo vitigno autoctono, il Tintilia, che peraltro ha rischiato a lungo di scomparire, visto che se da un lato offre particolare resistenza alle altitudini, alla nebbia e alle gelate, dall’altro dà una produzione assai scarsa. 

Grappolo d’uva

Poi, con gli anni Sessanta, superata l’invasione dei vitigni internazionali, anche il Molise si è preoccupato di tutelare la sopravvivenza di questo suo antico vitigno. Sicuramente autoctono, a dispetto di quanto riportato nel Registro Internazionale delle Varietà, che lo accomuna al Bovale Sardo. Una sicura indagine a livello universitario ha infatti sancito la piena autonomia del Tintilia. 

Il nome testimonia l’antica presenza dell’uva sul territorio, tenuto conto che la sua origine spagnola la riporta agli anni della dinastia aragonese sul Regno di Napoli, vale a dire a partire dai primi del Cinquecento. Ed è questa la sola Doc autentica del Molise, che ancora una volta resta mortificato dall’invadenza territoriale del partner e dal suo storico peso culturale. Un fenomeno aperto alla letteratura, all’arte, alla filosofia, e che ha dato esiti eccezionali tra Otto e Novecento, con riflessi non solo in Italia. 

L’espansione del Montepulciano su entrambi i territori ci riporta alla lunga e controversa questione, che da sempre accompagna le origini di questo vitigno. Una storia intricata, fra vivaci scontri conditi di arguzia toscana e di scaramucce, all’insegna di campanili e gonfaloni. Fino alla stura ad analisi ampelografiche e ad accurate ricerche. Il tutto stimolato da quell’orgoglio – paesano e vignaiolo – che non fa certamente difetto sia ai toscani che agli abruzzesi. 

Perché, se in provincia di Siena, il Montepulciano è un vino (e s’identifica con l’omonimo Comune, patria dell’umanista Angelo Poliziano), in terra d’Abruzzo è invece un vitigno generoso, assai diffuso, non solo in tutta la regione, tanto da avere più volte goduto del primato di vino di maggiore produzione. 

Tipico Trabucco

Fin qui, il distinguo sembra chiaro. Specie se si aggiunge che il Montepulciano di Siena e il suo celebrato “Nobile” provengono dal Sangiovese, o meglio da quel clone che è il Prugnolo Gentile, mentre quello cosiddetto d’Abruzzo è del tutto autoctono e strettamente legato da sempre alla Valle Peligna. Due vitigni, quindi, con notevoli differenze anche nel processo di maturazione. Il Prugnolo è in origine “primaticcio”, vale a dire alquanto precoce, mentre l’uva abruzzese matura piuttosto tardi, favorendo così vini più strutturati e longevi.

Intanto il Montepulciano d’Abruzzo, pur avendo origini greche (e non sarà mai del tutto esaurita la scoperta del patrimonio viticolo che tra l’ottavo e sesto secolo a.C. arriva sulle coste dell’Italia meridionale), riuscirà a costruirsi un riferimento geografico e un minimo d’identità solo nel Seicento. Vale a dire a oltre mille anni dalla sua presenza sul territorio.

E che questa presenza risulti più che documentata, lo dobbiamo da un lato ad Annibale – che terrà Roma sotto scacco, bivaccando ai suoi confini col vino degli Aprutzi – e dall’altro a Ovidio, poeta alla corte di Augusto e abruzzese di Sulmona. Il quale decanta la Valle Peligna come “terra ferax Cereris multoque feracor uvis”, cioè terra fertile di Cerere (dea del grano) e molto più per il vino.

Fin qui il retaggio storico del Montepulciano d’Abruzzo, anche se questo non basta a testimoniare la sua originaria autonomia rispetto alla Toscana. Perché è fuori di dubbio che fra i due territori ci siano stati rapporti e scambi tali, da alimentare nel tempo questa controversa identità.

Dipanare la matassa non è facile. Ma ad un casato come quello dei Medici, non è dato di voltare le spalle. Padroni di mezza Italia, non sorprende che i signori di Firenze abbiano a Carapelle una vasta baronia, che impegna il versante orientale del Gran Sasso, da Calascio a Santo Stefano di Sessanio a Barisciano. Tutta terra di alta montagna, vita dura, e un’invidiabile posizione strategica. Questo spiega una serie d’invasioni e di domini, dai Saraceni ai Normanni. E poi Svevi, Angioini, fino ai Piccolomini e ai Medici. 

I quali all’amore per le arti e al gusto raffinato hanno sempre aggiunto un notevole spirito d’impresa. Così non sorprende che le prime tecniche di viticoltura, già presenti in Toscana, siano state trasferite in Abruzzo. Proprio in quella baronia di Carapelle che godeva di ogni potenzialità per produrre buoni vini, capaci di resistere al tempo.

È questa l’origine del contagio fra Toscana e Abruzzo, destinato con ogni probabilità a diffondersi lungo gli anni della Signoria medicea, fino alla metà del Settecento. D’altra parte, gli scambi fra Carapelle e la Toscana non si limitano agli interventi nelle vigne e in cantina. Nella baronia del Gran Sasso, si produce dell’ottima lana – la famosa Carfagna – che dalle vette dell’Appennino viene trasferita a Firenze, per essere lavorata e venduta in tutta l’Europa. 

È evidente che non mancano le occasioni perché le due aree risultino reciprocamente contaminate. Ma prima di approdare alla legittima autonomia del Montepulciano d’Abruzzo, bisognerà fare i conti con la fillossera, che porterà a rivedere la geografia dei vigneti, fino a consacrare il primato della zona di Torre De’ Passeri, là dove la Valle Peligna si apre verso le coste dell’Adriatico. È a partire da questa calamità che il Montepulciano d’Abruzzo si sottrae alla tutela toscana. 

Una dipendenza, peraltro comprensibile, se si pensa al cosiddetto rapporto di forze tra le due regioni. Da un lato la Toscana, patria del Rinascimento – e terra privilegiata per arte, paesaggi e borghi – e dall’altro, un territorio in prevalenza montano, povero di risorse, dedito alla pastorizia e a umili forme di artigianato. Insomma, due immagini così lontane e diverse da non consentire alcun accostamento.

Intanto, il Montepulciano (che si fa Rosato con il nome di Cerasuolo) anche se svetta sul pennone più alto, non è la sola bandiera. Certo, su un milione di ettolitri, l’80% è Montepulciano, allevato con la tipica pergola abruzzese, ma non vanno trascurate uve come il Bombino, Montonico, Cococciola, Passerina e Pecorino, tutte autoctone e a maturazione medio-tardiva. 

Poi un fenomeno del tutto imprevedibile, a ponte fra Otto e Novecento. L’esplosione di quella carica di civiltà e di storia tenuta per secoli sotto la cenere. L’immagine dell’Abruzzo non è più soltanto quella delle greggi, della transumanza, dei pastori in eterna lotta con i lupi, ma si trasforma via via in una terra i cui figli non solo producono grande cultura, ma l’accreditano e la diffondono in tutta l’Italia.

Ed è così che la straordinaria presenza di una colonia di abruzzesi gestirà il monopolio del sapere. A partire dalla speculazione filosofica di Benedetto Croce (nativo di Pescasseroli) all’opera letteraria di Gabriele d’Annunzio (Pescara) alla musica di Francesco Paolo Tosti (Ortona) alla pittura dei Palizzi (Vasto) e di Michetti (Francavilla a mare) fino al giornalismo di Eduardo Scarfoglio (Paganica), fondatore de Il Mattino di Napoli. E l’elenco è certamente lacunoso. Sarebbe il caso di citare Ennio Flaiano (scrittore, sceneggiatore, giornalista, drammaturco)

Un tale concentrato di dottrina e di creatività sarà destinato a non trovare più riscontro nella storia futura del nostro Paese. Di qui il riconoscimento che va reso alla terra d’Abruzzo, spesso esaltata solo nei valori agresti e pastorali, che se pure rappresentano la sua anima più antica, non possono oscurare quel filone di cultura, che fa della regione una superba miniera.

E il vino? Come vanno le cose nel clima di questa straordinaria esplosione culturale? Un’interessante testimonianza viene dalla corrispondenza di Camillo Di Carlo, capostipite di una famiglia che ha cominciato a far vino dal 1830. A regnare in Abruzzo è Ferdinando II di Borbone, re delle Due Sicilie, quando da queste terre partivano i carri “per consegnare il nostro buon vino, fatto con grande amore ed esperienza in tutto il Regno….. e fra giorni partirà un carro per le lontane terre della Savoia e del Granducato di Toscana…”. Così scrive Camillo al padre, il 13 dicembre di quell’anno. 

Provate ora a immaginare quali particolari requisiti avesse quel vino per affrontare prima un tale viaggio e poi per dare forza ai mosti toscani e piemontesi. Perché questo è stato per oltre due secoli, il destino non solo dei vini abruzzesi, ma di quelli prodotti in tutto il Sud, sempre in grande quantità e di elevata gradazione. A Napoli, il vino arrivava attraverso il vecchio tracciato della Napoleonica, arrancando fino all’Altopiano delle Cinquemiglia per poi discendere verso Isernia. Un viaggio interminabile, carico di rischi specie nella cattiva stagione, quando al tiro dei cavalli bisognava aggiungere una coppia di buoi per superare le montagne innevate.

Raggiunta la città, le grandi botti trovavano posto nelle taverne e nelle mescite (o meglio nelle cosiddette “cantine”, che a Napoli impropriamente definiscono un ambiente nel quale incontrarsi, bere e giocare a carte), dove una mano sollecita segnava col gesso a grossi caratteri “Vino d’Abbruzzo”, con due “b”. Per ignoranza, certo. Anche se l’errore finiva per esprimere al meglio la particolare forza di quel vino.

Terra borbonica fino al confine di Civitella, l’Abruzzo è fatalmente legato a Napoli, capitale del Regno, e per secoli straordinario palcoscenico per la scoperta di quello che non c’era dal Gran Sasso all’Adriatico. Così Napoli, per generazioni di abruzzesi, ha significato non solo l’università, ma anche i teatri, i caffè, i cabaret, le donne. Il tutto giustificato spesso da dubbie ragioni di studio o di commercio. Per cui la città diventava col tempo un mito, che finiva per confondersi con gli anni esaltanti della gioventù.

Ma dove e quando è cominciata quella lenta inversione che ha visto la bottiglia sostituire botti e damigiane? Le testimonianze non mancano, anche se alcune (come quelle ambientate alle falde del Gran Sasso) sono alla fine poco credibili. È venuto fuori così il racconto di un piccolo produttore, che operava sulle colline di Pescara. D’altra parte, l’operazione bottiglia poteva nascere solo a ridosso di una città, e non tra le montagne dell’interno. La storia è accattivante. E la figura di Micuccio, uomo rude – che nell’immediato dopoguerra conduce sul lungo fiume, a Pescara, una grossa taverna – è intrigante. 

L’ambiente era una sorta di stanzone, alto e profondo, dove la geometria delle botti e dei tavoli teneva insieme il vociare degli avventori e faceva da scenario al rituale di ogni giorno. Al tramonto, con l’approdo delle barche, le donne in attesa sul molo, iniziava la lenta processione dei pescatori verso quell’antro fumoso. Un bicchiere di vino, la partita a carte, quattro chiacchiere. 

Ma la taverna non è la sola attività di Micuccio. Sveglio e intraprendente, un’istintiva attitudine al commercio, senza troppe preoccupazioni per le leggi, compra e vende vino ben oltre i confini dell’Abruzzo. Per cui non accetta come l’ottimo Montepulciano stenti a trovare il suo epilogo nella bottiglia. Il vino confezionato è una sua idea fissa, anche perché non manca di far capolino qualche specifica richiesta dalle piazze del Nord. Si aggiunga che la figlia di Micuccio ha sposato un vignaiolo di antica tradizione familiare. E questo rende le sollecitazioni ogni giorno più pressanti. Così il genero, sotto la spinta di un po’ di soldi, comincia a imbottigliare. Un esemplare di quella lontana stagione (fine anni Cinquanta) mostra una modesta etichetta, messa su da un tipografo amico, e una capsula quantomai incerta. Ma il successo non tarderà a farsi strada.

“La Sirenetta” di Pescara, allora il locale più accreditato del litorale, non esita a proporre Montepulciano e Cerasuolo in bottiglia, mentre Micuccio, inarrestabile, vende il vino confezionato su tutto il litorale adriatico. Pare che l’avventura sia iniziata così. La storia è vera, ma non c’è da giurare su questa primogenitura, anche se la bottiglia ha aperto insospettabili mercati proprio qui, sul lungomare di Pescara.

E allora che c’è dietro la crescente affermazione del Montepulciano? Intanto, una fitta rete di solide cantine sociali, bene organizzate. I traguardi della produzione sono riconducibili a queste cooperative, che sono ben quaranta, quasi tutte (trentadue) nella sola provincia di Chieti, dove gli allevamenti a pergola abruzzese conferiscono una particolare identità al paesaggio. L’attività delle cantine ha consentito di gestire una superficie vitata di 33mila ettari per circa quattro milioni di ettolitri, di cui oltre un milione di vini Doc. Sono cifre di tutto rispetto, che oltre a richiedere un sicuro standard di qualità, hanno permesso di portare il Montepulciano in ogni spazio commerciale, dalle enoteche ai supermercati. 

Una rete di distribuzione del tutto impensabile per un singolo produttore, ma assai utile ai fini della popolarità del Montepulciano, anche grazie al prezzo quantomai concorrenziale per un vino Doc. Tuttavia le cantine sociali e la quantità di vino gestito (tenendo ben fermi i requisiti di qualità) non possono vantare il monopolio sulle fortune del Montepulciano d’Abruzzo. Bisogna aggiungere il costante e appassionato impegno di una folta pattuglia di produttori ed enologi perlopiù indigeni, che hanno legato il loro nome alle migliori affermazioni del vino. 

Il conferimento della Docg al Montepulciano delle Colline Teramane ne è una conferma. A non tener conto dei vari riconoscimenti – al di là del territorio chietino – che hanno interessato la provincia di Pescara con le due sottodenominazioni, Terre dei Vestini e Casauria, e quella dell’Aquila con le Terre dei Peligni. Il Montepulciano ha allargato così i suoi confini, fino a collocarsi tra i vini più popolari d’Italia. 

L’immagine di quelle botti, che procedevano lente e insicure verso la capitale del Regno, è ormai lontana. Come quella sempre più sfocata di un Abruzzo agreste e pastorale.

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Informazioni

Utilità
  • abruzzoturismo.it Offre ogni tipo di informazione sia sui itinerari ed escursioni che sulle eccellenze enogastronomiche dell’Abruzzo.moliseturismo.net È una guida online che offre un valido supporto ed indicazioni sulla Regione Molise.
Capoluoghi
  • Aquila Capoluogo abruzzese privo di sbocchi sul mare. Il territorio aquilano è il più montuoso e il più raccolto nel fascino dei suoi paesaggi, immersi nella quiete delle sue città e dei pittoreschi villaggi abbarbicati sopra rilievi montani o allungati sugli altopiani e le valli.
  • Campobasso Capoluogo del Molise è una città formata da una parte antica di origine medioevale posta sul pendio di un colle dominato dal Castello Monforte, e da una parte più moderna del XIX secolo, situata nella pianura ai piedi del centro antico.
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I consigli di W&T

  • Codice Citra Montepulciano d’Abruzzo Caroso. Elegante e potente, dalla ricca trama tannica. Le sensazioni retrolfattive sono caratterizzate da frutta rossa (amarena) amalgamate a sentori di spezie e liquirizia, con un finale complesso e di lunga persistenza.
  • Villa Medoro Pecorino. Giallo paglierino, al naso esprime belle note floreali ed agrumate, impreziosite da una traccia vegetale. In bocca è fresco, equilibrato e verticale. Un assaggio piacevole e dinamico, la cui impronta fruttata ne delinea le forme fino ad un bel finale, di ottima persistenza.
  • Di Majo Norante Contado. Il vino presenta colore rosso rubino con lieve riflesso aranciato, profumo vinoso, ampio e intenso con sentore di frutta matura. Morbido e vellutato, è molto armonico, di buon corpo giustamente tannico, con sentore di mandorla.
  • Zaccagnini La Cuvée dell’Abate. Colore giallo paglierino brillante, bouquet fresco di fiori e d’erba tagliata; al palato rivela buona stoffa, con corpo elegante e pieno in cui la componente aromatica del vitigno risulta ben equilibrata ed armonica. majo

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