Un viaggio esperienziale per conoscere l’Italia e il mondo attraverso l’universo del vino

Il vino perfetto

A cura di Rosaria Bianco
27 Apr, 2021

Esiste il vino perfetto?

Sul significato di perfezione si sono versati fiumi di inchiostro.

Filosofi, scienziati, artisti, pensatori hanno provato a dare significato ad un concetto, in realtà, piuttosto sfuggente. Talmente tanto sfuggente da essere indagato e utilizzato dalle più svariate discipline, dalla matematica, alla fisica, dalla chimica all’etica, dall’estetica alla teologia.

Parafrasando il celebre paradosso rinascimentale – la più grande perfezione è l’imperfezione – potremmo dire che la perfezione del vino (qualora esistesse, appunto, il vino perfetto) viene dalla sua stessa imperfezione, dal “difetto” che diviene parte integrante della “bellezza”.

Perché un vino “pulito”, senza difetti potrebbe essere considerato financo banale e inespressivo.

JAMIE GOODE

Sono alcuni dei quesiti che prova ad indagare il britannico Jamie Goode ne Il vino perfetto, il primo testo dedicato all’esplorazione delle principali cause dei difetti del vino, pubblicato nella sua edizione italiana da Edizioni Ampelos, casa editrice salentina specializzata nell’aspetto divulgativo della vitivinicoltura. 

L’autore, invece, oltre a essere un divulgatore (editorialista per il Sunday Express e collaboratore di The Wold ofFine Wine e Wine & Spitits) è dottore di ricerca in biologia vegetale e ha scritto sul tema vino diversi libri: The Science of Wine; I Taste Red; The Goode Guide to Wine: A Manifesto of Sorts e, come coautore, Authentic Wine.

IL CONCETTO DI WABI-SABI

“Il vino perfetto” trae ispirazione dalla filosofia giapponese e dal concetto del wabi-sabi, secondo cui la presenza di alcuni difetti può aiutare la bellezza a manifestarsi al meglio. L’assunto da cui l’autore parte è che “Il vino è complicato, a un livello quasi impossibile. È il risultato di una fermentazione microbica, guidata da mani umane, basata su un prodotto di partenza naturale che viene raccolto una volta l’anno. L’uva cambia notevolmente da una stagione all’altra, in funzione della natura del vigneto, ovvero del suolo e del clima in cui crescono le viti, tutti aspetti marcatamente diversi anche a breve distanza. Le differenze geografiche e di varietà dell’uva, insieme alle scelte dell’uomo, producono un’impressionante gamma di vini. Non esistono altri prodotti simili”.

Insomma, i difetti possono esaltare la bellezza o esserne parte integrante, quasi una sfida alle nostre convinzioni: dal Brettanomyces, all’ossidazione, all’acidità volatile, alla riduzione e ai composti solforati volatili, all’odore di tappo, di fumo, dal difetto del gusto di luce al sapore di topo, ogni aspetto è stato affrontato avvalendosi delle ricerche scientifiche, delle testimonianze  di alcuni enologi e del know-how dello stesso scrittore.

GLI INTERROGATIVI

Quindi, come “decodificare” un vino?

L’autore non ha dubbi: “Dipende tutto dal vino, dal contesto e dal consumatore – sottolinea Jamie Goode – Quando l’acidità volatile è troppo alta? Quando il carattere acerbo è buono e quando è un male? Quando i tannini sono eccessivamente allappati e solidi? Molti di questi caratteri sono presenti in una certa misura in alcuni tra i migliori vini al mondo. Ad esempio, alcune tracce di riduzione minerale in un Borgogna potrebbero essere accettabili ma non in un Sauvignon Blanc”.

Un approccio alternativo per indagare sulla percezione della qualità del vino come fattore soggettivo e opinabile: “Imparare a riconoscere e contestualizzare il repertorio dei difetti non è un’impresa facile, ma solo attraverso questa conoscenza si potrà apprezzare appieno la “bellezza” di un vino”. O la sua perfezione.

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