Come il vino ti cambia la vita, un libro di Laura Donadoni

da | 8 Giu 2020 | News

Laura Donadoni

Ha dedicato “ai pessimisti e agli astemi per scelta” il suo primo libro, “Come il vino ti cambia la vita” (Cairo Editore), ma lei, Laura Donadoni, non appartiene né all’una né all’altra categoria.

Perché ci vuole una buona dose di ottimismo per resistere a certi urti della vita e una passione capace di travolgere ogni ostacolo. E lei ha tutt’e due: giornalista bergamasca, sei anni fa decide di emigrare negli States con il marito per ricostruirsi una vita letteralmente andata in frantumi a causa di una vicenda giudiziaria che travolge il compagno (da cui è stato poi prosciolto) e lì dove ogni sogno sembra possibile si reinventa, diventando “The Italian Wine Girl”. Legata geneticamente al vino e al suo mondo di valori, che nell’Italia dei borghi e dei piccoli paesi di provincia racconta miriadi di storie di famiglie e di infanzie profumate di mosto, si butta a capofitto nello studio e diventa esperta di vino e sommelier, oltre che Vinitaly International Italian Wine Ambassadors e unica donna italiana membro del prestigioso International Circle of Wine Writers di Londra. In California apre un’agenzia di comunicazione dedicata al vino, un blog – The Italian Wine Girl, appunto – un canale YouTube, un account Instagram che oggi conta quasi 50mila followers e un podcast, scrive sulle riviste di settore e in ogni occasione utile diffonde la cultura enoica italiana. 

Laura Donadoni
Laura Donadoni

Il vino come riscatto, insomma, come opportunità di rinascita perché è “come un elastico che ti porta indietro alla tua terra”, quel filo capace di tenere saldo il legame con i luoghi d’origine, con quel Paese meraviglioso che è il nostro e che nella diversità potrebbe (dovrebbe) trovare la chiave della sua valorizzazione. L’Italia del vino, insomma, “con i suoi milleduecento vitigni autoctoni, un primato di varietà che solo una penisola immersa completamente nel Mediterraneo può esibire. Con i suoi duecentocinquantamila, e più, produttori: gente pazzesca, figli dell’incredibile biodiversità che, sorgendo dal suolo, ha contaminato, di generazione in generazione, anche le loro teste e i loro cuori”, scrive nella prefazione Oscar Farinetti, personalità dell’enogastronomia che non abbisogna di presentazioni né in Italia né negli Usa.

In questi anni di attività all’estero l’autrice racconta cantine, produttori, territori, individuando un fil rouge che lega quelle storie alla sua, e che parlano di cambiamento, di trasformazione, di evoluzione.  Tra le pagine confessa che la sua missione è oggi scovare “i folli, instancabili ottimisti”, gli “impavidi ambasciatori della grandezza italiana”.  Le 193 pagine scorrono seguendo un doppio binario: la storia della sua rinascita e quella di sei straordinari produttori, capaci anche loro in qualche modo di ripartire. E lo fanno – con coraggio e testardaggine, unici rimedi uniti al pensiero positivo per vincere ostacoli e imprevisti, scetticismo e pregiudizi – scegliendo la diversità, la ricchezza enogastronomica e culturale, la bellezza: “ciò che di più prezioso ha il nostro Paese”.

Sceneggiature del reale da un mondo meraviglioso che ha bisogno, oggi più che mai, di visione applicata a un amore viscerale per la propria terra. 

Il libro propone una sorta di Grand Tour lungo lo Stivale: si parte da Venezia, con Gianluca Bisol, famoso produttore di Prosecco, protagonista di una storia incredibilmente affascinante. Scopre casualmente a due passi dalla basilica di Santa Maria Assunta, nel giardino di una vecchia casa, una vite superstite di Dorona, antico vitigno autoctono della laguna, ormai dimenticato.  Studia, fa ricerche e riporta alla vita con la stessa cura e dedizione di un archeologo un patrimonio culturale e viticolo che diversamente sarebbe andato perduto per sempre.  

Il viaggio si sposta un po’ più a Nord, fra le province di Trento e Verona, con Albino Armani, che dedica ben trent’anni alla ricerca e alla salvaguardia di alcune varietà autoctone della Vallagarina, in primis del Casetta, con l’obiettivo di restituire identità a quella terra di confine, spingendo altri produttori a seguirlo tanto da unirsi in una Doc (la Terra dei Forti). 

Il racconto approda in Toscana con Leonardo Beconcini, produttore controcorrente in un’area vocata al Sangiovese, ma priva di un’identità enologica come le altre toscane più blasonate. Si incaponisce su alcune viti misteriose, che soprannominerà “X”, fino a scoprire che si tratta di piante di Tempranillo, dimostrandone il legame storico con quel territorio, lambito dalla via Francigena che nel Medioevo collegava Roma a Santiago di Compostela. 

Si scende, poi, in Puglia con Claudio Quarta, il salentino che ha lasciato il Nasdaq per produrre vini al Sud (due cantine in Salento e una in Irpinia). Ricercatore, come biologo genetista, Quarta si reinventa imprenditore e uomo di finanza per salvare il “suo” Centro di Ricerche di Gerenzano, con un’azienda quotata in borsa prima in Italia e poi negli Usa.  Al culmine di una carriera di successo la decisione di tornare da Philadelphia alla sua terra d’origine, per un’altra sfida e un’altra missione: promuovere l’unicità dei territori del Sud, la sua bellezza e le sue tradizioni con tutto il fascino ma anche la complicatezza del Sud.  

 Claudio Quarta
Claudio Quarta

E poi la storia di due grandi donne, che imparano da zero il mestiere: si torna in Veneto, sui Colli Euganei, con Elisa Dilavanzo, la “regina del Moscato Giallo Fior d’Arancio” che crede e scommette (vincendo) in un vino bistrattato perché ritenuto “da donne”. Un intreccio di imprevisti e colpi di scena, di passione, di bellezza.  Infine, si scende nuovamente giù, ai piedi del vulcano Vulture per rimanere ammaliati dalla passione di Elena Fucci, che a differenza dei suoi coetanei non va via, non lascia la sua terra d’origine, ma sceglie di rimanere a Barile, appena 3mila anime, riuscendo però a portarvi il mondo con il suo pluripremiato Aglianico del Vulture. 

Perché il vino è tutto tranne che una bevanda: è storia, tradizioni, cultura, paesaggio. Il suo valore è dentro al vino stesso: è la sua identità, è il territorio. E, scrive giustamente Laura, “può essere il nostro bungee jumping, può essere quell’elastico che ci riporta indietro, al cordone ombelicale, alla terra, alla bellezza che tutti ci invidiano, per rilanciare questo Paese”. Astenersi, però, pessimisti e astemi per scelta.

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